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Una dipendente cade in una truffa informatica e viene licenziata. La Corte Suprema dà ragione all’azienda. Ma la sentenza non dice quello che molti pensano.
Immagina di ricevere una email dal tuo capo mentre sei al lavoro. Ti chiede di fare con urgenza un bonifico verso l’estero. La richiesta sembra autentica: il tono è quello giusto, il mittente sembra corretto. Tu esegui il pagamento.
Poi scopri la verità: non era il tuo capo. Era una truffa.
Il denaro sparisce. E poco dopo arriva anche il licenziamento.
È una vicenda reale, terminata con l’ordinanza della Corte di Cassazione n. 3263 del 13 febbraio 2026, che ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare della dipendente coinvolta.
Una decisione che solleva una domanda immediata: è possibile licenziare chi è stato, a sua volta, vittima di una frode?
La risposta, come spesso accade in diritto, è: dipende.
La dipendente lavorava da oltre trent’anni nell’ufficio amministrativo di una società, occupandosi anche della gestione dei pagamenti aziendali. Un’anzianità significativa, un ruolo di fiducia.
Il 20 luglio 2022 riceve via email una richiesta apparentemente proveniente dal presidente della società: disporre un bonifico urgente verso un conto estero. Il giorno dopo, il 22 luglio, esegue il pagamento.
Solo successivamente emerge che si trattava di phishing: una truffa in cui i criminali si fingono soggetti affidabili — un dirigente, una banca, un collega — per indurre qualcuno a trasferire denaro o comunicare dati riservati.
Il danno per l’azienda supera i 15.800 euro.
C’è però un elemento cruciale che i giudici metteranno al centro di tutto: nella notte tra il 20 e il 21 luglio, il vero presidente aveva inviato una seconda email alla dipendente. Un’email reale, che avrebbe dovuto far sorgere dubbi sull’autenticità della prima richiesta. La lavoratrice, invece, aveva avuto l’intera giornata del 21 luglio per accorgersi dell’inganno, senza agire.
Arrivano la contestazione disciplinare e, il 8 settembre 2022, il licenziamento per giusta causa.

La lavoratrice impugna il licenziamento davanti al Tribunale di Tivoli, sostenendo tre argomenti principali.
Primo: di essere stata anch’essa vittima della truffa, avendo eseguito le verifiche che riteneva necessarie.
Secondo: che la sanzione fosse sproporzionata. Secondo la sua ricostruzione, il contratto collettivo (CCNL Confapi PMI) prevedeva per situazioni simili soltanto una multa, non il licenziamento.
Terzo: di non aver mai ricevuto formazione specifica sui rischi di phishing. Come si può pretendere, sosteneva, che un dipendente riconosca una truffa sofisticata senza un’adeguata preparazione?
Il Tribunale di Tivoli rigetta le domande. La Corte d’Appello di Roma conferma. La Cassazione, con l’ordinanza in esame, respinge il ricorso.
Il ragionamento dei giudici si articola su più punti.
Le anomalie erano evidenti. La richiesta di pagamento presentava più elementi che avrebbero dovuto insospettire chiunque gestisca operazioni finanziarie: destinazione estera, assenza di documenti giustificativi, causale generica (“spese estere”), assenza della procedura aziendale per i bonifici internazionali. Soprattutto: un presidente della società da oltre dieci anni che non sapeva come funzionasse un pagamento verso il Regno Unito avrebbe dovuto sembrare, quanto meno, strano.
Il fattore determinante: la mail del 21 luglio. Il giorno prima del pagamento, avvenuto il 22 luglio, il vero presidente le aveva scritto per avvertirla. Quella comunicazione avrebbe dovuto portarla a verificare l’autenticità della richiesta precedente. Aveva tutta la giornata del 21 per farlo. Non lo ha fatto.
L’assenza di formazione non è rilevante. La Cassazione è netta su questo punto: chi svolge da anni mansioni qualificate in ambito contabile è tenuto a un livello minimo di diligenza professionale. Non era necessario essere esperti di cybersecurity per cogliere le anomalie di quella richiesta. Era sufficiente l’ordinaria diligenza richiesta a chi gestisce denaro altrui.
Il licenziamento era proporzionato. La multa prevista dal contratto collettivo si applica a irregolarità lievi e prive di conseguenze rilevanti. Qui il danno economico era concreto e significativo. Il licenziamento per giusta causa era quindi la sanzione adeguata.
È importante chiarire un equivoco che questa decisione potrebbe generare.
La Cassazione non ha stabilito che ogni dipendente vittima di phishing possa essere automaticamente licenziato. Non esiste una regola generale in tal senso.
Ogni caso va valutato individualmente, tenendo conto di: ruolo e mansioni del lavoratore, procedure aziendali esistenti, grado di negligenza effettiva, entità del danno, comportamento tenuto prima e dopo l’evento, e livello di sofisticazione della truffa subita.
Una truffa particolarmente elaborata, un dipendente che non gestisce pagamenti, un’azienda priva di procedure interne chiare: scenari diversi possono portare a risultati completamente diversi.
Per i lavoratori
Se gestisci pagamenti o operazioni finanziarie per conto dell’azienda, ricorda alcune regole fondamentali:
Per le aziende
Questa sentenza evidenzia anche il lato aziendale della questione. Un’azienda strutturata dovrebbe disporre di:
La formazione, pur non ritenuta determinante in questo caso, rimane una misura di protezione fondamentale: riduce il rischio di errori, tutela i dipendenti e, in caso di controversia, rafforza la posizione dell’azienda.
Le situazioni come quella descritta in questa sentenza sono più frequenti di quanto si pensi e spesso più complesse di quanto appaia a prima vista.
Se sei un lavoratore e hai ricevuto una contestazione disciplinare o un licenziamento che ritieni ingiusto, è fondamentale valutare la tua posizione con un esperto prima di decidere se e come agire. I termini per impugnare un licenziamento sono brevi e perentori.
Se sei un’azienda e stai gestendo una procedura disciplinare o vuoi prevenire situazioni simili con policy interne adeguate, una consulenza preventiva può fare la differenza tra una procedura solida e un contenzioso evitabile.
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