E magari allattalo pure: congedo di paternità e demansionamento 

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Essere spostati ad altre mansioni non significa automaticamente subire un demansionamento. Le aziende possono infatti modificare l’organizzazione del lavoro, purché rispettino i limiti previsti dalla legge. 

Diverso è il caso in cui il lavoratore venga progressivamente privato delle proprie responsabilità, assegnato a compiti inferiori o emarginato dal contesto lavorativo. In queste situazioni il cambio di mansioni può trasformarsi in una violazione dei suoi diritti. 

Una recente sentenza del Tribunale di Trento offre un esempio particolarmente significativo. 

Indice

Il caso: dal congedo parentale al progressivo svuotamento delle mansioni

Il caso riguardava un lavoratore che aveva iniziato a fruire dei riposi giornalieri e del congedo parentale previsti dal D.Lgs. n. 151/2001. 

Secondo quanto accertato dal Tribunale, dopo l’esercizio di tali diritti il dipendente fu oggetto di comportamenti denigratori da parte dell’ambiente di lavoro e, nel tempo, venne progressivamente assegnato a mansioni non corrispondenti alla propria professionalità. 

Il giudice ha ricostruito una situazione caratterizzata da: 

  • utilizzo illegittimo dello ius variandi; 
  • assegnazione stabile a mansioni inferiori; 
  • affidamento di attività di pulizia non coerenti con il ruolo ricoperto; 
  • comportamenti offensivi collegati alla fruizione dei riposi per paternità e del congedo parentale. 

Il Tribunale non ha valutato ciascun episodio isolatamente, ma ha ritenuto che l’insieme di tali condotte integrasse una violazione dell’obbligo di tutela della salute previsto dall’art. 2087 del Codice Civile, accertando inoltre che esse avevano causato un disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso, sfociato in un danno biologico permanente del 6%. 

Successivamente, poiché molte delle assenze per malattia erano conseguenza della patologia provocata dalle condotte datoriali, il Tribunale ha dichiarato illegittimo anche il licenziamento intimato per superamento del periodo di comporto. 

Questa decisione offre l’occasione per comprendere meglio quando si può parlare di demansionamento. 

Cos’è il demansionamento?

Il demansionamento consiste nell’assegnazione del lavoratore a mansioni inferiori rispetto a quelle riconducibili al proprio inquadramento professionale, al di fuori dei casi consentiti dalla legge. 

L’art. 2103 del Codice Civile stabilisce infatti che il lavoratore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto oppure a mansioni riconducibili allo stesso livello e categoria legale di inquadramento. Lo scopo della norma è tutelare non soltanto la retribuzione, ma anche la professionalità e la dignità del lavoratore. 

In altre parole, il datore di lavoro non può utilizzare il cambio di mansioni come forma di punizione, pressione o emarginazione. 

Quando il cambio di mansioni è legittimo?

Non ogni modifica dell’attività lavorativa costituisce demansionamento. L’organizzazione aziendale può richiedere variazioni delle mansioni purché queste rimangano riconducibili al medesimo livello di inquadramento previsto dal contratto collettivo applicabile. 

Allo stesso modo, l’assegnazione occasionale a compiti diversi o anche più semplici, se marginale e temporanea, non integra di per sé una violazione dell’art. 2103 c.c. Ogni situazione deve essere valutata concretamente, considerando le mansioni effettivamente svolte e non soltanto la qualifica formalmente attribuita. 

Quando il demansionamento è illegittimo?

Il demansionamento può essere illegittimo quando il lavoratore viene stabilmente privato delle attività che caratterizzano la propria professionalità. 

Tra gli indici che possono far emergere una situazione di demansionamento rientrano, ad esempio: 

  • l’assegnazione continuativa a mansioni inferiori; 
  • la sottrazione delle responsabilità precedentemente esercitate; 
  • lo svuotamento delle funzioni professionali; 
  • l’esclusione dalle attività normalmente svolte dal resto del gruppo di lavoro; 
  • l’utilizzo del cambio di mansioni come risposta all’esercizio di un diritto, come la fruizione dei congedi parentali, dei permessi previsti dalla legge o di altri istituti di tutela. 

Naturalmente, ogni caso deve essere valutato sulla base delle circostanze concrete. 

Il ruolo dell’art. 2087 c.c.

ricorda un principio molto importante. 

Il datore di lavoro non deve limitarsi ad assegnare correttamente le mansioni, ma è tenuto anche a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, come previsto dall’art. 2087 c.c. Ciò significa che l’azienda deve prevenire e contrastare situazioni che possano compromettere la salute del dipendente, anche quando derivano da comportamenti posti in essere all’interno dell’organizzazione aziendale. Nel caso esaminato dal Tribunale, il demansionamento rappresentava soltanto uno degli elementi di una più ampia condotta ritenuta lesiva della salute del lavoratore. 

Quali prove servono per dimostrare il demansionamento?

Chi ritiene di essere stato demansionato deve poter dimostrare non solo il cambiamento delle mansioni, ma anche le concrete modalità con cui il rapporto di lavoro è stato modificato. 

Possono risultare utili, ad esempio: 

  • lettere di assegnazione delle mansioni; 
  • ordini di servizio; 
  • organigrammi aziendali; 
  • e-mail e comunicazioni interne; 
  • testimonianze dei colleghi; 
  • documentazione medica, se il demansionamento ha inciso sulla salute. 

La giurisprudenza della Corte di Cassazione è costante nell’affermare che il danno da demansionamento non è automatico. Il lavoratore deve allegare e provare il pregiudizio effettivamente subito, che può consistere nella perdita di professionalità, in un danno patrimoniale o, nei casi più gravi, in un danno alla salute. 

Quali tutele può ottenere il lavoratore?

Accertata l’illegittimità del demansionamento, il giudice può riconoscere diverse forme di tutela, a seconda delle circostanze del caso. 

Tra queste rientrano: 

  • il ripristino delle mansioni corrette; 
  • il risarcimento degli eventuali danni patrimoniali; 
  • il risarcimento del danno non patrimoniale quando ne ricorrano i presupposti e sia adeguatamente provato; 
  • nei casi più gravi, ulteriori conseguenze derivanti dalle violazioni commesse dal datore di lavoro, come dimostra la vicenda esaminata dal Tribunale di Trento, nella quale le condotte accertate hanno inciso anche sulla validità del successivo licenziamento. 

Conclusioni

Il demansionamento non coincide con qualsiasi modifica delle mansioni, ma rappresenta una violazione dei diritti del lavoratore quando determina una reale dequalificazione professionale al di fuori delle ipotesi consentite dalla legge. 

La recente decisione del Tribunale di Trento dimostra come il demansionamento possa inserirsi in un quadro più ampio di comportamenti lesivi della dignità e della salute del dipendente. Quando il cambio di mansioni viene utilizzato come forma di pressione o ritorsione, il datore di lavoro può essere chiamato a rispondere non solo della violazione dell’art. 2103 c.c., ma anche dell’obbligo di tutela previsto dall’art. 2087 c.c. 

Essere spostati ad altre mansioni non significa automaticamente subire un demansionamento. Le aziende possono infatti modificare l’organizzazione del lavoro, purché rispettino i limiti previsti dalla legge. Diverso è il caso in cui il lavoratore venga progressivamente privato delle proprie responsabilità, assegnato a compiti inferiori o emarginato dal contesto lavorativo. In queste situazioni il cambio di mansioni può trasformarsi in una violazione dei suoi diritti. 

Domande frequenti

Come faccio a capire se sono stato demansionato? 

Non è sufficiente che il datore di lavoro cambi le tue mansioni. Occorre verificare se le nuove attività sono effettivamente inferiori rispetto a quelle corrispondenti al tuo inquadramento professionale oppure se ti è stata sottratta, in modo stabile, la possibilità di svolgere le 

mansioni per cui sei stato assunto. Ogni caso deve essere valutato concretamente, tenendo conto delle attività realmente svolte e non soltanto della qualifica indicata nel contratto. 

Il datore di lavoro può assegnarmi a mansioni diverse? 

Sì, ma entro i limiti previsti dall’art. 2103 del Codice Civile. Il lavoratore può essere adibito a mansioni diverse purché riconducibili allo stesso livello e alla stessa categoria legale di inquadramento, salvo le specifiche eccezioni previste dalla legge. Se, invece, il cambiamento comporta una reale dequalificazione professionale, il provvedimento può essere illegittimo. 

Il demansionamento dà sempre diritto al risarcimento del danno? 

No. La giurisprudenza della Corte di Cassazione è costante nell’affermare che il danno non è automatico (non è in re ipsa). Il lavoratore deve dimostrare il pregiudizio concretamente subito, che può riguardare la perdita di professionalità, un danno patrimoniale oppure, nei casi più gravi, un danno alla salute adeguatamente documentato. 

Il demansionamento può essere una forma di ritorsione? 

Sì. Talvolta il demansionamento viene utilizzato come risposta all’esercizio di un diritto da parte del lavoratore, ad esempio dopo la richiesta di congedi parentali, permessi ex Legge 104, attività sindacale o segnalazioni di illeciti. In queste ipotesi il giudice può valutare il comportamento datoriale nel suo complesso, verificando se il cambio di mansioni rappresenti uno strumento di pressione o di ritorsione. 

Quali prove è opportuno conservare? 

È consigliabile raccogliere tutta la documentazione utile a ricostruire i fatti, come e-mail aziendali, ordini di servizio, turni di lavoro, organigrammi, comunicazioni interne e messaggi. Anche le testimonianze dei colleghi e l’eventuale documentazione medica possono assumere rilievo qualora il demansionamento abbia avuto ripercussioni sulla salute. 

Entro quanto tempo è possibile agire? 

Non esiste una risposta valida per ogni situazione. I termini possono variare a seconda della tutela richiesta (ad esempio risarcimento del danno, impugnazione di un licenziamento o altre azioni). Per questo motivo è opportuno rivolgersi tempestivamente a un avvocato giuslavorista, evitando di attendere che la situazione si aggravi. 

Hai il dubbio di essere stato demansionato?

Se negli ultimi mesi hai visto cambiare le tue mansioni, sei stato privato delle responsabilità che svolgevi abitualmente oppure ritieni di essere stato emarginato dopo aver esercitato un tuo diritto, è importante valutare tempestivamente la situazione. 

Una consulenza legale consente di verificare se il comportamento del datore di lavoro sia conforme alla normativa e quali strumenti di tutela possano essere attivati, anche prima che il rapporto di lavoro subisca conseguenze più gravi. 

Lo Studio Legale Rosetta assiste lavoratori e aziende in tutte le controversie di diritto del lavoro, offrendo consulenza in materia di demansionamento, dequalificazione professionale, licenziamenti, mobbing, straining e tutela della salute nei luoghi di lavoro. Contattaci per una prima valutazione del tuo caso e scopri quali sono i tuoi diritti. 

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