App digitali e tutela del lavoro

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Un lavoratore inglese di Uber Eats è stato licenziato perché il sistema di riconoscimento facciale utilizzato da Uber non lo avrebbe identificato.

Secondo un recente articolo del Guardian, il lavoratore riportava che il motivo del mancato riconoscimento sarebbe dovuto, in realtà, al fatto che quest’ultimo è un lavoratore nero e, per via colore della pelle, l’algoritmo non l’avrebbe riconosciuto o comunque l’avrebbe confuso con un altro soggetto.

Il lavoratore contestava anche la circostanza che Uber l’avesse disconnesso dall’app aziendale senza alcuna motivazione, impedendogli così di lavorare senza alcun adeguato preavviso o spiegazione.

Punti Salienti

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Il riconoscimento facciale

Il riconoscimento facciale è una tecnica di intelligenza artificiale, utilizzata per identificare o verificare l’identità di una persona mettendo a confronto i dati biometrici del viso di una persona con una o più foto che la ritraggono.

Questa tecnologia, per quanto complessa, per capirci è la stessa che permette di sbloccare lo smartphone ponendolo davanti il viso.

Tuttavia, tale tecnologia è stata oggetto di diverse critiche e accuse di razzismo, poiché l’attuale livello tecnologico porta spesso a errori di riconoscimento. E, in particolare, nel riconoscimento delle persone dalla pelle nera.

Per chiarire gli errori in cui può incorrere tale tecnologia, in questa immagine piuttosto nota, ad esempio, si può verificare come la videocamera metta a fuoco l’immagine della modella ritratta sulla maglietta del ragazzo nero, ma non il volto del ragazzo.

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Le app aziendali

Le app aziendali sono invece degli strumenti utilizzati per organizzare il lavoro. Si pensi alle app che permettono ai rider di sapere dove andare a consegnare il pacco, come anche di accettare o meno una corsa.

È quindi evidente che, come nel caso di Uber Eats, l’improvviso blocco dell’app possa comportare per il lavoratore anche l’improvvisa impossibilità a lavorare.

Ma allora la domanda è: queste tecnologie, in quanto innovative, sono incontrollate o abbiamo elementi per determinare in quali casi l’utilizzo sia compatibile con i diritti dei lavoratori ed in quali casi invece siano in violizione di legge?

Se al momento la notizia del lavoratore inglese di Uber eats è ancora al vaglio dei giudizi inglesi, tuttavia il tema del riconoscimento facciale è stato già esaminato dal Garante della privacy italiano e dall’Ispettorato del lavoro, come anche i Giudici Italiani hanno già avuto modo di pronunciarsi sul blocco immotivato delle app aziendali.

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Le valutazioni dell’Ispettorato del lavoro

Secondo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro il riconoscimento facciale può essere utilizzato se considerato uno strumento indispensabile a “…rendere la prestazione lavorativa…”, si pensi ad esempio all’accesso riservato ad alcuni macchinari aziendali.

Le valutazioni del Garante della privacy

Per il Garante della privacy le aziende e le pubbliche amministrazioni che intendano avvalersi di tecniche di riconoscimento facciale, da parte loro, hanno l’obbligo di garantire il rispetto dei principi di protezione dei dati, compresa la necessità di effettuare una valutazione dei rischi dell’utilizzo di tali tecniche sui diritti delle persone, nonché dei profili etici che ne derivano.

Recentemente, ad esempio, con riguardo all’utilizzo delle bodycam da parte della polizia, quelle telecamere ad esempio che si mettono sul petto, il Ministero dell’Interno aveva chiesto il parere del Garante della privacy. Il Garante della privacy dava sì parere positivo all’utilizzo delle bodycam per documentare situazioni critiche, ma senza consentire l’utilizzo del riconoscimento facciale, appunto per il rischio di discriminazione o di sostituzione d’identità.

Pertanto, l’utilizzo della tecnologia di riconoscimento facciale dovrà sempre essere subordinato ad una preliminare e adeguata valutazione dei rischi ed informativa dei lavoratori, essendo altrimenti il datore di lavoro esposto a delle gravi sanzioni.

Con riguardo invece al blocco dell’accesso all’app aziendale, tale pratica è molto simile a quella che si verifica purtroppo anche nelle relazioni personali e nei social network, dove è possibile selezionare una persona e limitare il suo accesso alle informazioni del profilo, come anche è consentito bloccarlo per evitare di dover ricevere messaggi da quest’ultimo.

Tuttavia, nel contesto lavorativo, una tale pratica ha un’incidenza dirompente, dato che il lavoratore – se non preventivamente avvisato – si troverà all’improvviso senza la possibilità di lavorare e senza poter capire se si tratti semplicemente di un guasto tecnico o di un vero e proprio licenziamento. 

In merito, Il Tribunale di Torino, con sentenza del 18 novembre 2021 ha chiarito come la disconnessione immotivata dall’app aziendale sia illegittima, in quanto equivalente ad un licenziamento orale e per tale motivo assolutamente nullo.

Ne abbiamo parlato anche nel precedente articolo “Il Tribunale di Torino riconosce i rider di Uber lavoratori dipendenti”.

La sentenza riconosce come tramite l’app, l’algoritmo Uber Italy sanzionava i lavoratori (disconnettendo quelli non graditi), li dirigeva e li controllava tramite GPS, comportandosi da vero e proprio datore di lavoro, mancando però di riconoscere ai lavoratori diritto a ricevere un’adeguata motivazione in caso di licenziamento.

Il commento

Pertanto, se sei un rider o più in generale un lavoratore viene diretto tramite app e quindi il tuo lavoro viene organizzato tramite tale strumento, l’eventuale blocco immotivato all’utilizzo dell’app di lavoro potrà costituire licenziamento orale che, come sappiamo, è sempre nullo e darà diritto anche a richiedere un indennizzo.

Concludendo, possiamo affermare che l’utilizzo della tecnologia non limita in alcun modo il diritto dei lavoratori alla tutela della privacy e, in caso di licenziamento a conoscere le motivazioni che hanno portato alla chiusura del rapporto. Motivazioni che dovranno essere comunicate sempre per iscritto.

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Nota bene

Il presente articolo ha il solo scopo di fornire informazioni di carattere generale sulle ultime novità normative e giurisprudenziali relative ai temi trattati dallo Studio Legale. 
Di conseguenza, non costituisce un parere legale né può in alcun modo considerarsi come sostitutiva di una specifica consulenza legale. 

Photo by Maksim Chernishev on Unsplash

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3 risposte

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